martedì 2 febbraio 2010

Amarcord.

Il sapore più antico è quello del riso e latte.
E’ la prima cosa che mi hanno lasciato cucinare nei piccoli pentolini di rame, regalo di Santa Lucia. Lo stupore di riuscire a fare qualcosa da sola, il fatto che la magia fosse riproducibile e che io ne avessi il potere.
Ricordo quella sensazione di meraviglia e di trionfo. Ero piccola, ma bisognava imparare presto a cucinare.
Poi l’odore del cibo si confonde con quello della grande cucina degli zii, odore di mele e di cannella, buia nel ricordo, illuminata dal focolare, ingigantita dalla madia in cui mi nascondevo quando andavo a rubare, di nascosto, il parmigiano grattugiato.
Lo sapevano e sapevano anche come farmi sentire in colpa.
“Neera, se mangi il formaggio, ti crescono i baffi!”
Spavento da poco per una bambina che era così golosa di quelle scagliette saporite da sfidare la sorte.
Poi una traccia di pentimento ci doveva essere perché mi andavo a guardare di nascosto nell’enorme specchio appeso obliquamente alla parete grande.
“ Le bambine che si specchiano troppo ci vedono il diavolo, dentro!”.
(Non si doveva essere vanitose).
Paura! Un attimo solo per controllare i baffi. No, non ci sono, menomale!
La grande padella di ferro dove si scioglie lo strutto in cui friggerà dolcemente rosolandosi e diventando color oro carico, la polenta. Polenta e merluzzo. Il pesce salato degli inverni in pianura.
La nonna che fa la sfoglia, la domenica, io che arrivo con lo sgabello.
“Nonna, fammi provare!”.
Le sue mani sulle mie che insegnano ad imprimere forza e delicatezza, a far scivolare l’impasto giallo sul matterello, a tirare delicatamente e stendere il grande lenzuolo ovale, perfetto.
Intanto che imparo, mi racconta come si fanno le cose per bene, come le hanno raccontate a lei, gli ingredienti giusti, le proporzioni. Io, anche adesso, quando cucino sono parte di lei, credo che ne sarebbe contenta.
Odore di uova e di farina, quindi.
Profumo di stracotto, se la sfoglia lo richiuderà per diventare tortellino, sapido, intenso…profumo di festa.
Nel pollaio c’erano galline, anatre e, nelle gabbie, faraone e fagiani. Non mi hanno mai fatto tenerezza, non erano cuccioli, erano galline. Il ricordo degli arrosti croccanti e succosi è ancora intatto. E’ che non ci si fa caso ai sapori da bambini, è tutto così naturale e proprio.
Poi la scienza ci si mette di mezzo e ti frega. Scoprono quella cosa che si chiama colesterolo. E scompaiono gli umidi, gli spezzatini, le uova fritte con la crosticina. Famiglia a dieta: bistecche e insalata. Tristezza.
E quando ti ritrovi con la voglia di cucinare, sfogli i ricordi e ci metti un pizzico di curiosità. Si rifanno le cose vecchie, si sperimentano quelle nuove, si contaminano le due cose. Si sbaglia, si indovina. Il gusto si evolve, si arricchisce per certi versi e si sfronda per altri. Si assaggia la cucina di paesi lontani e si portano con sé questi aromi che si combinano e giocano e si ricorrono con quelli conosciuti. E si cambia: per forza, per curiosità, per divertimento…perché è la vita.


















Nessun commento:

Posta un commento